Il destro e il mancino. L'oriundo e il bresciano. Il campionissimo dal gol artistico in canna e il gregario di fascia dalla corsa svelta. Dino Da Costa e Ivano Bonetti, che spengono oggi le candeline, sono accomunati giusto dal genetliaco e dalla militanza in nerazzurro, seppur in epoche molto distanti. Per il resto, i due non potrebbero essere più diversi. Il primo - nato a Rio de Janeiro nel '31 - contribuì con tre gol (al Como nelle eliminatorie, al Padova nei quarti di finale, al Bari in semifinale) al cammino verso la conquista della Coppa Italia nel 1963, anche se non scese in campo nella finalissima di San Siro contro il Toro risolta dalla tripletta di Angelo Domenghini. Il secondo, a Bergamo, ebbe solo spiccioli di gloria: con 26 presenze e 2 reti ci mise del suo, nell'unica stagione spesa sotto le Mura, per il ritorno in A della banda Mondonico dando una mano anche nella cavalcata in Coppa delle Coppe nell'ormai mitico 1988.
Beninteso, ogni paragone tra i due non solo è impossibile, ma avrebbe decisamente un accento blasfemo. Cresciuto a pane, pallone e speranze nel Botafogo di Garrincha e Luis Vinicius (che a Napoli ribattezzarono Vinicio), figlio di un autista di filobus carioca, "Dino" approdò in Italia alla Roma nel 1955 e alla fine della sua avventura calcistica nel nostro Paese - che divenne anche il suo: giocò anche una partita in Nazionale, segnando nell'infausta gara di qualificazione ai Mondiali del '58 persa a Belfast con l'Irlanda del Nord - potè esibire numeri da urlo. 282 match in A con 108 gol (9 alla Lazio nei derby: ecco lo Spaccareti), tre Coppe Italia (la prima nella parentesi fiorentina, l'ultima con la Juve), una Coppa delle Coppe (in viola) e una Coppa delle Fiere. Con la maglia dell'Atalanta, un paio d'annate - la prima sotto Ferruccio Valcareggi, l'altra sotto Paolo Tabanelli - da 52 partite e ben 18 gol solo in campionato. Chiusa la carriera tra B e C con Verona (vive attualmente nella città scaligera) e Ascoli. Bonetti II, invece - nato a Brescia nel 1964 -, vestì i colori della Dea dopo un deludente biennio juventino per poi collezionare una carriera discreta quasi sempre ai massimi livelli con Bologna, Samp, Torino e Brescia. Appese le scarpe al chiodo a 38 anni col Dundee - da player-manager, in abbinata piuttosto nefasta al fratello maggiore Dario, dirigente discusso del club scozzese - dopo essere passato anche dal calcio inglese, attualmente è il direttore sportivo del Pescina. Anzi, sarebbe: la società della Marsica, non avendo le garanzie finanziarie per l'iscrizione in Lega Pro - Seconda divisione, ha praticamente cessato di esistere.
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